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La scuola raccontata al mio cane

de Paola Mastrocola

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Mal disposto da uno dei precedenti romanzi, La gallina volante, avevo deciso di non leggere questo libro sulla scuola, temendo di ritrovarci un sarcasmo facile contro gli studenti ignoranti, contro insegnanti e presidi ebeti , condito in salsa lamentosa sullo sfascio della scuola. Per fortuna il tono generale è più sobrio, e anche se il lamento attraversa un po’ tutto il libro, per lo meno non ho ritrovato quell’acidità da insegnante saputella che mi aveva tanto disturbato. E’ facile sparare sul Pof, sulle assurdità del burocratese, molto meno facile denunciare l’autoritarismo molle imperante nella scuola.
Ma innanzitutto, di che cosa si lamenta la M.?
Che la scuola non è più quella di una volta. Che la scuola non riesce più a dare una cultura generale che crei una koiné tra le diverse generazioni. Che la scuola sia diventata una grande discarica dei problemi sociali dell’umanità e abbia perso la sua funzione prevalente di trasmissione della cultura. Et coetera, di questo e di tanto altro. E senz’altro ciò che rileva ha del vero, ma è quel vero che si subito s’appanna, perché non sa guardare alla totalità. E la totalità è che isolare la scuola , come spesso lei fa, dalle trasformazioni sociali e culturali imponenti degli ultimi diciamo vent’anni , semplicemente ci impedisce di capire perché la scuola non possa continuare ad essere quella che abbiamo frequentato noi. Può piacere o dispiacere, uno può anche decidere di cambiare lavoro, perché quando ha cominciato a farlo, era diverso più appagante (?!), ma questo accade a molti lavori che si trasformano a velocità ben maggiore rispetto a quello dell’insegnante.
La M. sembra convinta che quel modo di insegnare letteratura, che definirei oracolare, sia l’unico modo valido per farlo, e che soprattutto ciò non si limiti a gratificare l’insegnante, ma abbia qualche importanza ed effetto sugli studenti.
E tutti gli altri insegnanti meno oracolari? O la M. è davvero convinta che la maggior parte degli insegnanti di lettere siano innamorati della letteratura, gli insegnati di filosofia della filosofia e così via? Ma allora davvero non ha guardato bene i suoi colleghi.
C’è una questione che la M. solleva e che veramente mi trova d’accorso, ed è il problema del tempo dell’apprendimento.
Siamo tutti d’accordo sul fatto che è insensato (e pericoloso) sostituire l’istruzione con l’entertainment. Ed è anche vero, in una certa misura che l’accelerazione dei tempi in cui viviamo, ha reso più difficile fermarsi, a noi come ai più giovani. Eppure non c’è dubbio che certe cose abbiano bisogno di un tempo che non è quello della fretta, ma dello studio (nel senso proprio di cura), della pazienza e dell’attesa. Ed ancora più decisivamente, c’è bisogno di un tempo vuoto, non programmato né programmabile perché certi incontri accadano.
Si può educare a questo, all’attesa, a sopportare il vuoto momentaneo, al passo indietro? E come senza diventare dei nuovi predicatori? Questo è veramente un punto centrale, ma non credo come la M. che sia semplicemente possibile tornare indietro a studiare come si studiava una volta.
Dato che ho appena finito di leggere Il sopravvissuto di Scurati, il confronto è devastante: ci troviamo di fronte da una parte un’insegnante classe media che ha smarrito le sue certezze e che le cerca in un impossibile ritorno al passato, e dall’altra uno che guarda dritto negli occhi l’orrore della scuola com’è e non si nasconde che è anche frutto della trasformazione antropologica e ambientale che abbiamo sotto gli occhi anche se non vogliamo vederla.

La realtà che M. capovolge è che rispetto alla scuola in movimento degli anni Settanta siamo tornati a una scuola a maggioranza conservatrice, dove
  pauleluard | Jun 16, 2008 |
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Sono un'insegnante di lettere e vorrei continuare a fare il mio mestiere.
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